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Venezia forever

  • Immagine del redattore: Michele Lo Foco
    Michele Lo Foco
  • 12 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

A cura di Michele Lo Foco.



Molti quotidiani, come fosse suonata la campanella, hanno descritto oggi la modestia dei film italiani presenti al Festival di Venezia, alcuni inutilmente tragici, sfiorando la problematica, che la magistratura non ha ancora punito, di quanto lo Stato spende per far produrre opere senza futuro.


Un quotidiano sottolinea che Moretti ha ottenuto circa 5 milioni di euro tra tax Credit e contributi selettivi, cifra che, in un contesto differente e regolare, sarebbero abbondanti per produrre quel film. Pertanto si riconferma il dato che il nostro è cinema di Stato, anche considerando statale l’apporto di Rai Cinema, che in alcuni casi è molto generosa ed in altri è semplicemente presente.


Per cinema di Stato si intende quel meccanismo che consente di produrre qualunque cosa senza che i burocrati, nelle cui mani transitano i finanziamenti, siano minimamente responsabili dei risultati finali: il cinema, anzi per essere esatti, la produzione cinematografica, grazie all’attuale sistema legislativo e agli assetti strutturali, ha perso quella che era la sua caratteristica principale, cioè l’alea del risultato, per assestarsi in una comfort zone statale che si prende non uno ma tutti i rischi dei prodotti, creando un buco nero di milioni di euro che non ha alcuna contropartita.


Ora, se l’eccezione culturale, vale a dire, tutto ciò che riguarda la cultura nazionale e internazionale, è la ragione per la quale i soldi statali possono essere spesi liberamente senza divenire aiuto di Stato, è molto semplice constatare che nel nostro paese l’eccezione culturale, divenuta il principale aiuto di Stato, ha consentito il sacco delle risorse statali in danno della qualità effettuato principalmente da gruppi stranieri talvolta italianizzati, senza che questo smisurato dispendio, conseguenza di budget stratosferici costruiti su misura, venga percepito come tale dalla politica nazionale e dai giornalisti, che invece di intervenire nel settore, discutono animatamente delle accise sui carburanti e dell’aumento di cinque euro delle pensioni. Quello che maggiormente affligge, è che i risultati di questo disastro economico si perdono nell’etere, scompaiono senza lasciare traccia, salvo gli arricchimenti personali che, quelli sì, sarebbero percepibili se qualcuno volesse farlo.


Invece una specie di cortina di fumo culturale, un muro invisibile di strutture tra di loro connesse, di associazioni sottomesse ai voleri governativi, di personaggi coscientemente mano nella mano, ha fatto completamente dimenticare che la produzione cinematografica è fatta di grandi sceneggiature, di attori riconoscibili anche all’estero, di registi che sanno di obiettivi e di montaggio, e soprattutto di rischio imprenditoriale, quel fattore che ti tiene inchiodato sulla poltrona nella ricerca di ciò che possa piacere al pubblico, un po’ meno dell’Odissea ma solo un po’.


I festival sono la rappresentazione di quanto accade nel settore: soldi spesi per creare intrattenimento, tappeti rossi per consentire al povero pubblico delirante di toccare con mano i modesti artisti nostrani, annunci, applausi artefatti, e qualche pezzo grosso americano per costruire l’evento, che senza il pezzo grosso non sarebbe possibile.

Dieci giorni di suoni e luci nei quali si dilettano anche i nostri maestri, ormai senza fantasia, e poi tutto scompare nel nulla, perché l’arte cinematografica non si vende, il pubblico non ne vuole sentire parlare i proprietari delle sale meno che meno.


L’eccezione culturale, ha fatto il suo lavoro, anche a Venezia, ma l’arte cinematografica, quella che suggeriva ai venditori home-video di cancellare dalla fascetta del film la partecipazione alla kermesse, ha ceduto il passo al tax credit e agli attori stranieri, per i quali la città di Venezia merita sempre una settimana di vacanza.

 
 
 

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