La manipolazione
- Michele Lo Foco

- 1 giorno fa
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A cura di Michele Lo Foco.

È un’attitudine, per non dire una manipolazione, quella di valutare i risultati della cinematografia nazionale secondo parametri totalmente inconsistenti mascherando le difficoltà e gli artifici legislativi. Se fossero credibili le interviste di Box Office ai personaggi più rilevanti del settore dovremmo credere che lo spettacolo non solo va benissimo, ma va sempre meglio e le produzioni in corso d’opera sono per lo più capolavori entusiasmanti.
Sembra che i nostri produttori si siano messi d’accordo, in una specie di patto segreto, per nascondere le verità del sistema ed evitare gli argomenti che hanno decretato, da anni, la debolezza e addirittura l’inconsistenza del nostro cinema, destinato ad essere ufficialmente il servo sciocco dell’industria straniera ed in particolare americana. Innanzitutto nessuno pone l’accento sulla differenza che esiste sempre di più tra esercizio e produzione nazionale.
Gli esercenti sono, detto semplicemente, i veri commercianti del sistema: non vogliono eccellere nella scoperta di capolavori, ma vogliono vendere quello che si vende con maggiore sicurezza, senza improvvisazioni.
Se un film è certamente un grande film, ovviamente straniero, se un cartone animato è geniale e atteso, se non ci sono dubbi sulla forza delle immagini, ebbene l’esercente è soddisfatto, sa che la sua sala si riempirà di gente o di bambini e questo è quanto di meglio può capitare.
Perché mai dovrebbe rischiare sulla bontà di un prodotto nazionale, a meno che non sia uno dei due o tre film che si salvano? Pertanto l’esercente non rappresenta null’altro che un negozio che vende i prodotti migliori, non è un eroe del sistema: detto diversamente non ha nessun interesse a difendere i nostri filmetti. Secondo elemento del patto segreto è che il produttore nazionale vuole che il suo impegno produttivo sia totalmente coperto o da contributi o da tax Credit o inevitabilmente dalla RAI: non vuole rischiare, ma mette insieme una specie di attrezzatura filmica che abbia un senso, o che sembri avere un senso.
Stessi registri, attori manovalanza, qualche remake, qualche maestro e soprattutto ottimi rapporti con Rai o qualche piattaforma.
I produttori nostrani sono in realtà mestieranti cinematografici: se il costo è coperto, il resto non conta, perché anche se il film è modesto, come gran parte sono, il produttore guadagna la sua fee, e se è bravo nel costruire i costi, gli rimangono in tasca le spese generali e un po’ di tax Credit, che e l’ingrediente necessario per ogni progetto.
Terzo elemento è che non esistono di media società nazionali capaci di rimanere nel mercato e il nostro paese è semplicemente una colonia nella quale l’orda degli stranieri, americani, tedeschi, cinesi ma sempre finti italiani, vengono ad imbottirsi di contributi statali che sono erogati con una superficialità che dovrebbe far inorridire i poveri pensionati italiani che non arrivano a fine mese.
Il compito di mediare con i gruppi stranieri più agguerriti viene svolto da personaggi, sempre gli stessi, che sanno come muoversi e che non temono di essere travolti da inchieste.
Le piccole medie imprese, ovviamente, sono le vere vittime della crisi, perché non hanno alle spalle né banche, nei gruppi potenti, e non possono contare su RAI o piattaforme, che sono per loro irraggiungibili.
Nessuno protesta per la presenza di una struttura pubblica che condiziona il mercato senza rischiare in proprio nemmeno un centesimo, ma la manipolazione dei meccanismi produttivi è tale che i poveri non hanno diritto di parlare, e mai di protestare, perché se lo facessero non resterebbero sul tappeto nemmeno quelle briciole che consentono a qualcuno di sopravvivere.
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