Nonostante tutto
- Michele Lo Foco

- 15 lug
- Tempo di lettura: 2 min
A cura di Michele Lo Foco.

Nonostante i numerosi esposti alla magistratura, i numerosissimi articoli su tutti i quotidiani, la palese ingiustizia che contamina la concessione dei contributi, siano essi selettivi o vagamente automatici, nonostante tutto ciò nulla è cambiato nella determinazione di chi è destinato a prevalere nella generosità statale.
Abbiamo assistito alla incredibile lievitazione dei costi filmici, alla surreale impennata dei corrispettivi per la regia, alla vergognosa indifferenza per i miserabili incassi sala dei film nazionali, eppure nulla è servito per modificare l’assetto strutturale della nostra industria, che al contrario si è fortificata nella sua invulnerabilità, dando sempre nuovo rigore a chi di questo meccanismo è stato quantomeno complice.
Bisogna ormai rendersi conto, e chi scrive fa una notevole fatica ad ammetterlo, che non c’è nulla che riesca a scalfire la superficie rocciosa del sistema italico delle influenze, che prosegue senza colpo ferire dall’epoca di Franceschini fino ad oggi, riuscendo nell’intento programmato di eliminare dal terreno le medie piccole imprese e di consegnare l’intero settore, contributi compresi, ad un raggruppamento di imprese estere che fanno finta di essere nazionali e come dissi in un articolo precedente, saccheggiano tutto quanto abbia un valore.
Eppure Zalone e Nunziante hanno dimostrato che un film italiano, almeno nella sua formula autoriale e nella semplicità della costruzione, può attirare un grande pubblico: ma nemmeno questo macroscopico esempio è servito ad incidere sul congegno delle attribuzioni, che prosegue senza sosta e senza vergogna.
Dovendo pertanto rinunciare a svelare le trame, ormai palesi, degli operatori più introdotti nelle maglie statali, non resta altro che sottolineare due aspetti della materia che sembrano non vengano presi nella dovuta considerazione: il primo è che l’esercizio cinematografico non ha nulla a che vedere con la capacità del paese di esprimere una propria arte.
Gli esercenti guadagnano se le loro sale si riempiono, e se si riempiono con prodotti stranieri, con i grandi cartoni, con i grandi attori, per loro è sufficiente, salvo una volta l’anno premiare Zalone, anch’egli prodotto da una società straniera.
Pertanto l’esercizio non è parte integrante del cinema nazionale.
Il secondo aspetto è che ormai l’80% delle imprese operanti nel paese è straniera, in quanto da tempo i gruppi maggiormente patrimonializzati hanno capito che era vantaggioso acquisire le quote delle società italiane più introdotte nel sistema in modo da approfittare della totale assenza di controlli e della inesauribile spinta finanziaria di una Rai mascherata da produttore privato.
La politica ha cercato di mistificare questo importante aspetto industriale sostenendo che l’ingresso di capitali stranieri porta con sé lavoro e movimento: ma nessuno ha avuto il coraggio di ammettere che le aziende straniere, abili nella finzione, in realtà fanno solo i propri interessi e riversano gli utili nelle loro rispettive sedi.
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