Un intervento destabilizzante

A cura di Michele Lo Foco

Il primo lavoro che ho svolto nella vita, quando avevo 19 anni, è stato quello di redattore alla Gazzetta di Parma.
Fui accolto nel giornale, credo, perché mio padre era direttore della BNL, ma quantomeno su mia richiesta.
La Gazzetta era diretta da Baldassarre Molossi, direttore mitico per la bellezza di 35 anni: il padre e il nonno erano stati direttori e proprietari del giornale.
Molossi era un personaggio straordinario mentre io ero uno studente universitario confuso tra la vita notturna e qualche rantolo di tensione personale.
Ricordo con piacere, ma anche con rimorso, tutte le indicazioni, i rimproveri, gli insegnamenti del direttore che cercava di insegnarmi il mestiere ma anche le regole di un lavoro umile che consisteva principalmente tutte le sere nel fare il giro tra ospedali, polizia, Comune, per cercare notizie di prima mano, e talvolta, quando andava bene, nell’intervistare la vecchietta di 100 anni o il pescatore isolato nel fiume.
Il primo servizio era stato sulla nebbia, che allora avvolgeva la città in una morsa ferrea.
Molossi controllava tutto e correva nei corridoi del giornale fermandosi ogni tanto per fare il segno della croce, inginocchiato per un secondo.
Io prendevo la 500 grigia del giornale, sulla quale mi vergognavo di farmi vedere, facevo il giro serale, poi tornavo a battere i risultati su una macchinetta da scrivere che oggi sarebbe un cimelio, consegnavo il pezzo che regolarmente mi veniva corretto perché doveva rientrare nella pagina.
Uscivo da lì e andavo a ballare fino alle due di notte.
Per me il ‘68 come è stato descritto non è mai esistito, esistevano solo le ragazze, tra le quali in particolare Francesca Alinovi, amica del cuore, finita tragicamente.
Questa lunga introduzione letteraria per spiegare perché nel mio conscio e inconscio mi sono dedicato sempre alle situazioni di ambienti modesti e tendo e istintivamente ad avvicinare gente e società in difficoltà.
Non sono mai stato attratto dalle situazioni di potere, anche nella professione di avvocato, ignorata da un padre che voleva unicamente un figlio notaio e che io ho clamorosamente deluso.
Avrei scelto medicina, ma sono riuscito solamente a difendere mio fratello, che è un grande medico.
Tutto questo per giustificare il mio lavoro in favore delle strutture disagiate nel settore dello spettacolo, cui mi ero avvicinato per rendermi digeribile la materia legale e perché avevo avuto esperienza, tramite le mie frequentazioni romane, delle difficoltà di attrici, o aspiranti tali, per cercare una collocazione.
Ho percepito subito che le società dello spettacolo erano sottocapitalizzate e che i titolari, per arrivare a fine mese, erano capaci di qualunque cosa.
Mi insegnò anche in quel caso i segreti della professione un uomo piccolo e modesto, Nicolò Pomilia, titolare di una distributrice intitolata al figlio Stefano, che aveva avuto qualche successo e molti insuccessi, ma che navigava con una struttura ridotta.
Allora le distribuzioni erano molte, erano attive e concorrenziali, ed il cinema italiano veleggiava bene.
Fu una gavetta importante, ma la mia propensione per le medie e piccole imprese è rimasta costante.
Per queste premesse la legge Franceschini mi è sembrata subito un intervento statale destabilizzante: fino ad allora la 1213 funzionava egregiamente e l’unico clamoroso errore era stato compiuto da Veltroni con la sua esaltazione finanziaria del termine culturale che è costata allo Stato italiano qualche centinaio di milioni di lire, e per la quale ancora oggi alcuni produttori gli sono grati e gli consentono di fare lo scrittore ed il regista.
Ma Franceschini ha modificato in profondità il DNA del cinema, stabilendo che senza il tax Credit non si può più produrre, consentendo ad alcuni potentati di acquistare sedi faraoniche e molto altro con il sostegno statale incontrollato, mentre l’Italia delle medie piccole imprese boccheggia cercando di superare la burocrazia ministeriale.
Ciò ha provocato il collasso delle finanze del Ministero Cultura, che non potendo soddisfare le esigenze delle società cerca, tramite il nuovo direttore, almeno di mettere ordine.
Ma Franceschini e Borgonzoni il danno l’hanno fatto ed è difficile rimediare, così come gli interventi di Veltroni si risolsero in una ridicola “Cartolarizzazione” in danno dello Stato.
Oramai legislativamente le modifiche alle attuali norme dovranno attendere il 2028 o 2029 e si possono prevedere nelle more correttivi anche un po' velleitari esposti ai ricorsi al Tar.
La battaglia sul campo è oramai a mani nude e anche le major straniere, che si sono abbuffate di tax credit, cominciano ad essere in difficoltà in quanto le banche che hanno anticipato tutto a coloro che davano garanzie assolute cominciano a chiedere rientri.
I grandi gruppi resistono comunque, mentre le piccole realtà no; ne risente la qualità dei prodotti che, essendo una componente necessaria per il pubblico, non può mancare.
Il tax credit ha costituito un modo esemplare per saccheggiare le finanze statali ma non ha favorito la bontà delle realizzazioni, come è ormai facile verificare, ammesso che si voglia farlo.
Compito degli avvocati, di alcuni, è cercare di tirar fuori dalle sabbie mobili i produttori veramente indipendenti che ancora resistono nel mercato.
È un po' come prendere la 500 ed andare tra pronto soccorsi e Polizia per cercare la notizia giusta.
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