La débacle

A cura di Michele Lo Foco.

Se nessuno dei cinque film italiani in concorso ha vinto un premio a Venezia ci sarà pure un motivo.
Repubblica parla di débacle, di numero eccessivo di prodotti, Federica Lucisano parla di campanello d’allarme, Occhipinti dice che è un po' eccessivo parlare di disastro: detto da loro che in questi anni hanno sostenuto energicamente la politica del settore per allinearsi alle tendenze governative vuol dire che realmente non è più possibile far finta che vada tutto bene e che qualcosa deve cambiare.
Lucky Red distribuirà il film vincitore del festival, che è straniero, ma anche la distribuzione è straniera avendo ceduto le quote al momento opportuno ad un gruppo d’oltralpe, e pertanto non c’è da gioire, in quanto sia il merito sia i ricavi non appartengono al nostro paese, anche se tutti fanno finta di non saperlo.
Ma la verità è semplice e il festival lo ha dimostrato: i nostri prodotti non solo non piacciono alla giuria ma probabilmente non piaceranno nemmeno al pubblico, almeno a giudicare dai risultati complessivi al botteghino.
In compenso lo Stato li ha lautamente finanziati e Rai Cinema ci ha messo il suo contributo, che come ormai da lunghi anni non ha bisogno di alcuna ricompensa e anch’esso grava sulle finanze statali.
Rai Cinema è in pratica un ente di beneficienza che integra i contributi statali e regionali e consente ad alcuni produttori di non rischiare un centesimo nella realizzazione dei prodotti.
Ed è questo il nodo centrale della questione: il nostro cinema, quello che arriva in sala e che ha un regista appena conosciuto, realizzato da un produttore introdotto, non soffre, non piange, non nasce da un’esigenza culturale e da un testo professionale, ma come dice lo stesso Occhipinti in un raro momento di sincerità, è troppo standardizzato.
Detto diversamente il nostro prodotto è qualcosa di uniformato ad un modello comune, è fabbricato in serie e reso conforme a regole fisse, cioè esattamente l’opposto di quanto è necessario per produrre un prodotto d’arte, un prototipo o quanto meno un film diverso.
Oramai i lungometraggi si dividono in due categorie: i grandi prodotti americani di enorme costo, di distribuzione mondiale, normalmente di incassi superlativi, e film d’arte o comici o commedie di costo vero molto modesto che non puntano al pubblico ma innanzitutto a raccattare un po’ di soldi di contributi prima ancora di uscire in sala.
Come diceva Nicolò Pomilia, distributore storico di un’altra epoca, il cinema si fa prima e non dopo, perché dopo i giochi sono fatti e spesso non riescono.
Per lunghi anni il nostro settore ha visto prevalere i prodotti di bravi imprenditori che il cinema sapevano farlo prima: sceneggiature solide, registi esperti, attori conosciuti anche all’estero.
Imprenditori come Adriano De Micheli, Cristaldi, Fulvio Lucisano, capaci di mettere insieme gli elementi principali, di rischiare, di non inseguire vaghe ipotesi ma solo narrazioni efficaci con gente di grande esperienza, costoro avevano fatto della produzione italiana un vanto internazionale, avevano sbancato Cannes e Venezia con prodotti che ancora oggi sono attuali e affascinanti.
Gli attori si chiamavano Tognazzi, Gassman, Mastroianni, Loren, Sordi, Manfredi, premiati ovunque e ovunque riconosciuti, nulla di standardizzato, nulla che dipendesse dal tax credit o da Rai Cinema, nulla che nascesse nello studio di un commercialista esperto in fatture.
Ecco perché Venezia ha certificato la disfatta del nostro cinema, prima che arrivino i risultati al botteghino a confermare la deriva della produzione nazionale.
La luce in fondo al tunnel è il nuovo testo normativo approvato alla Camera: il tunnel è lungo, si parla del 2028, poi due anni per rifinire il tutto, ma un giorno, se non succede nulla, forse il “sacco di Roma”, continuato ininterrottamente dal 2017, avrà termine, e forse il cinema troverà nuova linfa vitale e lo Stato smetterà di essere il principale produttore nazionale.
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