Il sacco di Roma
- Michele Lo Foco

- 18 ago 2025
- Tempo di lettura: 3 min
A cura di Michele Lo Foco.

In pieno agosto non si parla più di tax credit, le vacanze hanno anestetizzato giornalisti e produttori in attesa di ricominciare le polemiche a Venezia, dove i registi di calibro presentano il loro sforzo annuale che temo sarà di costo ancora maggiore dell'ultimo film da loro firmato.
D'altra parte è palese che la nostra nazione ha deciso di finanziare i gruppi produttivi stranieri e di ingrassare a dismisura alcuni autori indipendentemente dalle fatture false, dai risultati modestissimi e dall'invisibilità mondiale.
Non c'è nulla da fare: esposti alla Procura, omicidi, dimissioni, ma non si è mossa né la Procura né realmente la politica.
Eppure le cifre che hanno caratterizzato il sacco di Roma, perché di questo si tratta, sono maggiori dello scandalo edilizio milanese, senza contare che là, nella città sofisticata, almeno parlavano di palazzi, e li costruivano veramente, magari in una specie di cerchio magico, ma qualcosa si vedeva e talvolta era anche ben fatto.
Il sacco di Roma invece è la sagra della fuffa, prodotti giustamente chiamati immateriali, che se vengono realizzati, e non è certo, non servono a niente, possono sparire dopo un giorno, non se li ricorda nessuno e sono anche difficili da ricercare.
Basta frequentare per qualche ora le piattaforme per rendersi conto di quale accozzaglia di immagini si trova ormai riunita nel piccolo schermo, e in pochi sanno come tutto quel minestrone sia finito lì.
Ma sempre quei pochi sanno quanto tax credit ha reso loro, indipendentemente dalla inutilità palese dei contenuti e dai risultati nei cinema, che nonostante il prezzo diminuito, dimostrano che la gente anche per pochi soldi, non vuole annoiarsi.
Miliardi di contributi vengono concessi con la massima noncuranza, senza valutare costi e ricavi, in una industria che ha sotterrato la parola guadagno e l'ha sostituita con tax credit: ma come può una nazione reggersi se tutti i costi delle Ferrovie, della Salute, delle Strade, e da anni anche quelli del cinema e della televisione le gravano interamente sul bilancio, pur considerando che molti esborsi fanno un'inversione a u e tornano nelle tasche dei privati!
Il sacco di Roma un giorno, non so quando, verrà ricordato nella sua mostruosità non appena la gente avrà ulteriormente diminuito il proprio tenore di vita e non potrà più andare in vacanza ma dovrà accontentarsi di leggere su quale isola si sta rosolando De Martino, con quale figlio di industriale esce la Ferragni, o quale straordinaria villa si è comprato Guadagnino, o quale fantasia felliniana viene finanziata a Sorrentino dalla Rai.
Eppure eravamo un popolo di cinefili, avvezzi a grandi successi, con produttori onesti e coraggiosi: che veleno ha iniettato Franceschini nel corpaccione dello spettacolo, aiutato da Rutelli e da un manipolo di operatori corrotti, per trasformare la cultura popolare in una corsa a truffare lo Stato? Come è stato possibile che anche gli attuali gestori, quelli che hanno ereditato da Franceschini la formula della disonestà, non si siano accorti che le chiavi del settore erano state consegnate a commercialisti intrallazzoni e ad asseveratori bugiardi?
Quello che l'ex direttore generale dello spettacolo definiva il bancomat dei produttori è ancora in funzione, con qualche cavillo in più ma non per i produttori grossi e voraci: nel frattempo il campo si è liberato di qualche fastidioso produttore indipendente, che non ha retto né le insolvenze dello Stato né i tassi bancari e si è arreso. Meglio così dicono i politici, quelli che considerano più semplice parlare con chi ha le spalle larghe e il portafoglio pieno.
D'altra parte se il mondo viene gestito da schifezze d'uomini che non si curano né della vita altrui né della propria dignità temo che anche il minuscolo comparto della cultura e della truffa allo Stato non verrà preso in nessuna considerazione e continuerà in parte ad alimentare un tessuto di intrallazzoni cinici e ipocriti.
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