Il cinema e le banche
- Michele Lo Foco

- 3 giorni fa
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A cura di Michele Lo Foco.

Mio padre era un direttore di Banca, della storica Banca Nazionale del Lavoro che ai tempi, insieme alla Commerciale e al Credito Italiano, deteneva il primato dell’istituto più importante d’Italia.
Ho pertanto mangiato pane e banca perché allora la carriera dei bancari si basava sui trasferimenti da una sede ad una più importante, fino a concludersi a Roma al vertice della piramide.
Io e la mia famiglia ci siamo sorbiti sette sedi e quando siamo infine arrivati a Roma, io ero laureato e mio fratello doveva completare gli studi di medicina. Mia madre non soffriva i trasferimenti perché era talmente legata a mio padre che accettava tutto con soddisfazione, partecipando alla carriera del marito. Per noi ogni trasferimento era una tragedia. Nella Capitale non conoscevo nessuno e cominciai ad occuparmi di spettacolo frequentando alcune attrici ed interessandomi della legislazione specifica nonché della sua applicazione.
A Roma esisteva la SACC, sezione autonoma di credito cinematografico, al largo di Santa Susanna, che ovviamente era l’unica sede della Bnl che si occupava di cinema: lo faceva istituzionalmente, come incarico statale, ma senza entusiasmo, perché il cinema, questo vale per tutte le banche, non rientrava nei meccanismi preferiti, troppe incertezze, troppe fantasie, troppe mondanità e pochi capitali. Invece per gli operatori cinematografici personaggi come Binetti, Cecconi, Luberto, Feletti e soprattutto Frezzini erano i riferimenti costanti.
I funzionari che lavoravano alla SACC di solito non godevano di grande stima, e anche oggi, in tutte le banche, il fenomeno è più o meno lo stesso.
Questa lunga premessa per descrivere l’ambito dei rapporti che esistono ora tra cinema e istituti di credito, dal momento che purtroppo la SACC non esiste più e quel sistema di grande efficacia che consentiva a tutti di misurare il proprio credito è spezzettato nei singoli istituti, alcuni dei quali del cinema non vogliono sentir parlare ed altri ci provano senza capire nulla del settore.
Allora esisteva una grande legge, la 1213, che stabiliva praticamente quasi tutto, i contributi statali erano precisi, individuabili, successivi all’uscita del film, soprattutto venivano erogati e confluivano nel patrimonio societario, alcuni servivano a diminuire gli interessi bancari.
Oggi regna la massima confusione franceschiniana, lo Stato regala milioni di euro soprattutto agli stranieri, le aziende medio-piccole non sono assistite dalle banche che di attendere i contributi statali non ci pensano proprio, preferiscono rinunciare al cliente, a meno che non sia un colosso internazionale, capace di garantire qualunque cifra. In questo caso la banca è lieta di intascare interessi su interessi creati dall’attesa dell’erogazioni statali sempre più lente.
Ciò non toglie che anche nei casi positivi, quando la Banca assiste un grosso cliente specializzato nello spettacolo, pieno di liquidità ed investimenti, tutto sommato non lo fa volentieri, rimane sempre in fondo quel minimo di scetticismo sulle sorti del settore che se da un lato è pieno di belle donne, dall’altro è pieno di trappole.
La politica non è riuscita in decenni a ricostruire una SACC, ma è stata capace di attribuire il cinema a strutture, tipo Artigiancassa, che non avevano alcuna voglia né strumenti per agevolare gli imprenditori, o a istituti come il Credito Sportivo che non hanno né filiali né patrimonio.
Il mondo dello spettacolo, ma in particolare quello ricco, straniero, diversificato, è stato assorbito da Unicredit e banca Intesa che essendo dominanti, hanno avuto l’ardire di gettare qualche decina di milioni nel settore e di pentirsene, ma senza lamentazioni ufficiali.
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